“Contadini e complici”: un dialogo con Ermanno Olmi

Ciboprossimo

Ermanno Olmi – La prima cosa che mi pongo come domanda di avvio è ‘Perché tu oggi sei qui oggi a farmi a queste domande? Perché venti anni fa non pensavamo affatto di porci domande così?’ Perché in alcune scelte che sono state compiute nell’immediato dopoguerra noi abbiamo intrapreso un discorso che ritenevamo giusto, e soprattutto che avrebbe modificato tutta la nostra condizione precedente, ancora legata ad un mondo ottocentesco. Infatti l’Italia, pur essendo un Paese abbastanza sviluppato nelle moderne attività dell’economia, era prevalentemente un Paese agricolo. Tanto che lì si compiuta la prima scelta che poi ha portato a questa situazione: abbiamo creduto di più nell’industria che nella natura. Il mondo contadino si era svuotato. Addirittura si era arrivati al punto che le fanciulle non sposavano più un contadino: voleva dire rimanere legati ad un passato che non si voleva più vivere. E quindi subentrò questo con una prepotenza…

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