Scintille di decrescita

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[bella recensione di LUCILIO SANTONI visto su artedecrescita.it – La Redazione]  «L’indiano, come l’inglese, il francese, il tedesco, il russo, non ha bisogno di Costituzioni, di rivoluzioni, conferenze, congressi, di nuovi ingegnosi congegni per la navigazione sottomarina o aerea, di esplosivi potenti, o degli aggeggi d’ogni sorta per il piacere delle classi ricche e governanti; e neppure di nuove scuole e università che propinino istruzione in scienze innumerevoli, né dell’aumento del numero dei giornali e dei libri, dei grammofoni e dei cinematografi, e neppure delle sciocchezze infantili e in gran parte corrotte che vanno sotto il nome di arti. Una sola cosa è  necessaria: la conoscenza di quella semplice e chiara verità… secondo la quale la legge della vita umana è la legge dell’amore, e che essa dà sia al singolo individuo sia all’umanità tutta intera la più grande felicità possibile» (da Lettera a un Indù, Lev Tolstoj).

Mi sembra che queste parole del grande scrittore russo possano ben introdurre la lettura del libro “Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia” di Alessandro Pertosa (Edizioni per la Decrescita Felice, 2014). Se 2500 anni fa in Grecia nacque quella forma di aggregazione sociale che va sotto il nome di economia; se quella nascita contiene già in sé il vulnus della sopraffazione e del dominio dell’uomo sull’uomo; pertanto, se quella modalità di convivenza, che oggi appare in tutta la sua mefitica virulenza, è irriformabile, proprio in quanto contenente quel vulnus originario e proprio in quanto due millenni e mezzo di Storia non sono riusciti a migliorare; se tutto questo è vero, e Alessandro Pertosa ne dà puntuale dimostrazione attraverso una logica filosofica rigorosissima, se l’economia non può essere migliorata in modo tale che conduca a qualcosa di buono, allora non possiamo che pensare altro, radicalmente altro, non possiamo che progettare un’uscita senza se e senza ma da quell’invenzione greca che ha sulla coscienza orrore e nequizia a non finire.

I più vorranno obiettare che se l’umanità, da così tanto tempo a questa parte, si è data un certo modo di vivere è perché lo ha trovato confacente con la propria natura. In tale ottica, vani sarebbero gli sforzi fatti in opposizione, che risulterebbero meramente utopici nel senso comune e deteriore del termine, cioè senza possibilità di fare presa sulla realtà. Ma è proprio in risposta a tale comoda obiezione che sta la forza della proposta filosofica ed esistenziale di Pertosa. Ho definito quell’obiezione comoda poiché basata su un realismo spicciolo, che guarda il dito invece di guardare la luna da esso indicata; obiezione per altro carica di un egoismo tale da rivelarsi autodistruttivo (oggi tocchiamo con mano l’impossibilità di continuare su questa strada che sta avvelenando l’intero pianeta e che già solo per questo produce cadaveri in quantità). I più, come li ho chiamati, hanno sempre qualcosa da obiettare a chi propone slanci di pensiero e di umanità. I più, indottrinati e poi legittimati dalle varie forme di potere costituito, si pongono sempre a garanti della schiavitù in tutte le sue forme. I più, in definitiva e per tornare alle parole di Tolstoj, invocano tutte le leggi possibili con la speranza di trarne vantaggio personale, le invocano tutte tranne quella dell’amore, per la quale non sono minimamente preparati e dalla quale non possono lucrare vantaggi economici.

Forte è, dicevo, la risposta di Pertosa. Forte la sua proposta, potente nella sua debolezza e semplicità. Essa consiste in un diverso modo di concepire la vita, in un modo distinto da quello maggioritario in voga oggi come ieri. Un modo che non si esprime in slogan salvifici né in catechismi, né in manifesti politici, ma è fiducioso del ritmo naturale delle cose, eterno e talvolta imperscrutabile, in ogni caso autentico e rispettoso di qualsiasi essere vivente, comprese le più piccole creature, compresi i fiori e le lucciole, i fili d’erba soffiati dal vento, con la consapevolezza che le innovazioni sono sempre illusorie, ancorché repentine, violente e totalitarie. L’Autore analizza a fondo il dominio della tecnica, che oggi appare il vero mostro onnipotente partorito dall’economia e sviluppato da quella che ne è l’ultima propaggine, il capitalismo.

Si tratta di una proposta forte, ripeto, proprio perché minoritaria. Un lievito, un concentrato di utopia, un anelito di spiritualità. “Chi ha orecchie per intendere, intenda” ama ripetere Pertosa. Così come l’anarchico Cristo si rivolgeva a pochi, anche Pertosa sceglie la via dei pochi che sappiano leggere e riflettere, farsi domande, mettere in discussione i fondamenti del proprio sapere fino a cambiare la propria vita.

La logica del potere tende a inglobare tutti, compresi gli intellettuali. Pletore di guru, di opinion makers, di baroni universitari, di giornalisti scrittori, saturano il mondo culturale di ricercatissime sfumature, di raffinatissime analisi, senza uscire di un millimetro da quella logica che li avvolge. Rarissimi sono, invece, coloro che, come Alessandro Pertosa, costruiscono percorsi di diversità, criticano radicalmente l’esistente e ne danno testimonianza con la propria vita, denunciano le logiche di chi comanda palesemente e, ancora di più, di chi muove le leve in modo occulto: tutti costoro aprono prospettive concrete ancorché utopiche, mostrando con chiarezza che solo l’utopia è concreta e legata alla terra, mentre tutto il resto è illusione. Solo l’utopia concreta di chi ogni giorno pensa e vive di conseguenza, sopportando tutte le pressioni sociali possibili, costituisce la speranza, quella vera, quella legata al presente che pulsa, che fa andare a testa alta verso il futuro; solo quell’utopia può ancora far incontrare persone di buona volontà, che sanno collegarsi fra di loro, sanno aprirsi al mondo e contagiare gli altri. Sanno consolare; sanno contrastare il narcisismo e la menzogna. Sanno assistere chi non ha voce, chi non può difendersi, chi non riesce proprio ad accettare una vita servile e magari urla, e si contorce, oppure sceglie l’ozio come stile di vita. Sanno, infine, dare fiducia a chi non si cura del proprio ombelico ma tenta la strada della felicità insieme agli altri.

Il valore dell’eutéleia, della frugalità conviviale, ognuno potrà scoprirlo nella propria vita, seguendo la propria coscienza. Non esistono strade tracciate. Esiste una direzione possibile, fatta di poche cose, quelle poche che sono davvero importanti: possono bastare, perché l’anarchia, che vive di scintille, sa illuminarle di significato.

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