Park Avenue

Bella serata quella di ieri sera al Santagata, organizzato dal G.a.s. Santagata e dal G.a.s. di Cernobbio è stato trasmesso “Park Avenue”. Per chi non lo conosce ecco quello che riporta il sito Mymovies: Park Avenue attraversa tutta Manhattan fino al ponte che, attraversando l’Harlem River, conduce alla parte sud del Bronx. Lì, tra Gran Central Station e la 96esima strada, si trovano alcuni degli edifici più costosi del mondo, dove risiedono alcuni di quei 400 americani che, secondo alcune stime, controllano più della metà della ricchezza del paese. Eppure, è sufficiente oltrepassare il fiume per trovare una situazione ben diversa: una realtà in cui la disoccupazione è in continua crescita, la criminalità all’ordine del giorno e la possibilità per un bambino di venire ammazzato è 20 volte più alta rispetto ai suoi coetanei più ricchi. Autore di un lavoro sul crack finanziario della Enron (Enron – L’economia della truffa) e vincitore nel 2008 dell’Oscar per il miglior documentario (con Taxi to the Dark Side, sulle torture ai prigionieri durante l’amministrazione Bush), Alex Gibney torna a guardare alle falle del potere americano, concentrandosi questa volta sui rapporti tra politica ed economia. Tutto ruota attorno ad uno dei più lussuosi edifici del mondo, il 740 di Park Avenue, residenza di alcuni tra gli uomini più potenti degli States: David Coch, Stephen A. Schwarzman, John Thain. Businessmen che Gibney ritrae come cinici e spietati, multimilionari con un solo obiettivo: diventare ancora più ricchi. I tre rappresentano la più potente lobby degli Stati Uniti. Quell’1% dell’1% della popolazione che, possedendo la maggior parte della ricchezza del paese, sarebbe in grado di influenzare l’agenda della politica americana. Così, se la domanda che Gibney si pone è: “cosa ci fanno con tutti quei soldi”, la risposta a cui perviene è: ‘acquistano l’appoggio del potere politico’. Non sarebbe un caso, dunque, se i multimilionari investono milioni di euro nelle campagne elettorali; e se Mitt Romney, candidato repubblicano alle scorse elezioni presidenziali, abbia scelto come suo vice Paul Ryan, sostenitore di un programma fiscale (The Path for Prosperity) volto a privatizzare anche i servizi più essenziali.
Attraverso statistiche, interviste e immagini di repertorio, Gibney scopre che se qualche decennio fa i vertici di un’azienda guadagnavano 20 volte più di un loro dipendente, oggi guadagnano 231 volte di più. Il divario è cresciuto in modo esponenziale, gravando su una ‘classe media’ ormai pressoché inesistente. Le tesi del documentario sono supportate da un montaggio attento, da inquadrature precise ed eleganti. Lo svolgimento – scomponibile in quattro o cinque parti – è coinvolgente e rigoroso. Il sottotitolo della versione originale, Power, Money & the American Dream, è certamente esplicativo: un tempo, al tempo del sogno americano, tutti potevano farcela. Era sufficiente mettersi in gioco. Oggi giocare non basta più, perché, complice l’intreccio tra potere e denaro, regole e condizioni di partenza non sono più uguali per tutti.
Dati alla mano, l’incisivo j’accuse di Gibney prende di mira tanto i Repubblicani quanto i Democratici. Nessuno, a Washington, sembra privo di responsabilità. Per vincere bisogna trovare fondi. Per trovare fondi è necessario scendere a patti. Per scendere a patti si finisce inevitabilmente col curare gli interessi delle lobby. Nel frattempo, mentre il meccanismo si radica e si irrobustisce, l’Harlem River, quel fiume che divide Manhattan dal Bronx, sembra diventare sempre più largo, più profondo, quasi inattraversabile…

Film decisamente intenso in cui si è affrontato anche il tema libertatario-capitalista dei Tea Party, noto anche come come corrente oggettivista, la cui fondatrice è Ayn Rand, che vale la pena di conoscere, vedi per un approfondimento http://it.wikipedia.org/wiki/Ayn_Rand, e del suo mo-o-olto discusso libro Atlas Shrugged, (un bel tomo di quasi 1.200 pagine), che potete trovare in Italia edito in tre volumi dal Corbaccio, per chi si volesse cimentare, Il Tema, L’uomo che apparteneva alla terra e L’Atlantide. Il libro esplora un numero di temi filosofici che la Rand aveva sviluppato nella sua teoria dell’oggettivismo, con forti critiche al collettivismo ed alla società socialista, raccontando cosa possa succedere al mondo una volta che quelli che l’autrice definiva prime movers, ovvero i primi motori della società, le persone in grado di creare ricchezza e progresso, stanche di essere schiave della collettività e di essere usurpate del pieno controllo delle loro qualità, decidono di ribellarsi. E da cui, o meglio dalla 1° parte è stato tratto anche un film diventato culto per i Tea e una certa ala liberale americana. Potete andarlo a cercare anche se in Italia è del tutto passato inosservato come pure sono poco conosciuti i libri della Rand – Atlas Shrugged: Part I di Paul Johansson, per maggiori informazioni sul film http://en.wikipedia.org/wiki/Atlas_Shrugged:_Part_I (la pagina è solo in inglese).

Park Avenue, per chi fosse interessato, potete trovarlo tramite il sito whypoverty,  http://www.whypoverty.net/ potete anche andare per saperne di più su http://www.raistoria.rai.it/categorie/why-poverty/474/1/default.aspx

altro tema tre-mendamente attuale della serata, dopo ultra-ricchi, turbocapitalisti, oggettivisti, lobbysti … è stato quello del TTIP di cui poco si sa (perchè a quanto pare la riserva è d’obbligo per non compromettere i temi del trattato commerciale EU-USA), non lo conoscete? Provate a leggere qui, ci terremo in contatto e anche noi della Redazione affronteremo ancora la cosa, buona lettura: http://stop-ttip-italia.net/

 

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