The dark side of the italian tomato

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Prince Bony non avrebbe mai immaginato di traversare il deserto e il mare e trovarsi a fare lo stesso lavoro che faceva al suo paese. Seduto davanti a un casolare abbandonato, vestigia della riforma agraria, guarda l’orizzonte e riflette sulla propria vita. Prince divide questa dimora di fortuna con una decina di altri lavoratori stagionali ghanesi. Senza documenti, senza soldi, senza prospettive, hanno trovato rifugio qui, in mezzo alla campagna, in questo gruppuscolo di ruderi che per un’ironia del destino si chiama “Borgo Libertà”. vedi tutto: http://archivio.internazionale.it/webdoc/tomato/

Genuino clandestino book out now!

dopo un anno grazie al crowd founding di produzioni dal basso il libro è uscito!!!

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“GENUINO CLANDESTINO”, VA IN SCENA LA RESISTENZA CONTADINA

Presentazione nazionale il 27 febbraio a Firenze del libro “Genuino clandestino”, manifesto e storie del movimento che costruisce giorno per giorno la resistenza contadina in nome della terra come bene comune.

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«Genuino Clandestino è un movimento che parte dalle pratiche, nel momento in cui le comunità locali, cittadini e contadini, si auto-organizzano e creano mercati di vendita diretta, sistemi di garanzia partecipata, momenti di scambio di saperi e informazione, spazi di rivendicazione di diritti legati alla sovranità alimentare, alla difesa della terra e dei territori. Un mondo reale e concreto, che parla poco di se stesso (purtroppo) e intanto costruisce. Un movimento che non ha portavoce né strutture gerarchiche, ma si è dato un manifesto di principi condivisi. Contadini e consumatori, anzi coproduttori, che hanno creato in questi anni forme di resistenza quotidiana all’agrobusiness, alla green economy, verde solo nella facciata, alla logica del profitto che sfrutta terra e forza lavoro, che distrugge relazioni sociali e equilibri ecologici». Così Roberta Borghesi, Michela Potito, Sara Casna e Michele Lapini raccontano il loro impegno, il loro lavoro e il loro percorso dentro quel mondo di relazioni umane e con la terra che è diventato in questi ultimi 5 anni il movimento Genuino Clandestino. Sono gli autori del libro che ha lo stesso titolo e che Terra Nuova ha scelto di pubblicare con una scelta di campo chiarissima e netta. La sovranità alimentare è la strada, fondamentale è la tutela della rete sociale e ambientale che “dà vita” al cibo e che di esso si nutre.

E, dunque, il 27 febbraio sarà data da non perdere. A Firenze alla biblioteca delle Oblate, in via dell’Oriuolo 26, si presenta il libro alla presenza degli autori. L’appuntamento è alle 17.30.

«Il libro racconta un viaggio – dicono gli autori – Dieci tappe attraverso il paese, presso altrettante aziende agricole. Ma non per forza aziende. Spesso le chiamiamo realtà. Dieci storie di ritorno alla terra, scelte tra le esperienze che fanno parte di Genuino Clandestino, movimento di comunità in lotta per l’autodeterminazione alimentare. Per questo non sono soltanto aziende agricole. Non sempre chi ha scelto di tornare alla terra corrisponde alle definizioni burocratiche di imprenditore agricolo. Nel nostro viaggio abbiamo cercato di posare lo sguardo (ma anche mani e piedi) sugli insediamenti rurali nel loro complesso, di chi ha cercato la terra non solo come fattore produttivo, come opportunità occupazionale e di reddito, ma anche come scelta di vita».

Hanno contribuito alla realizzazione del libro: Filippo Taglieri (Movimenti), Fabio Santori (Accesso alla terra e Riappropriazioni), Luca Abbà (Resistenze), Rete campagne in lotta (Filiere e autoproduzione), Cecilia Marocco (Comunità del cibo).

Park Avenue

Bella serata quella di ieri sera al Santagata, organizzato dal G.a.s. Santagata e dal G.a.s. di Cernobbio è stato trasmesso “Park Avenue”. Per chi non lo conosce ecco quello che riporta il sito Mymovies: Park Avenue attraversa tutta Manhattan fino al ponte che, attraversando l’Harlem River, conduce alla parte sud del Bronx. Lì, tra Gran Central Station e la 96esima strada, si trovano alcuni degli edifici più costosi del mondo, dove risiedono alcuni di quei 400 americani che, secondo alcune stime, controllano più della metà della ricchezza del paese. Eppure, è sufficiente oltrepassare il fiume per trovare una situazione ben diversa: una realtà in cui la disoccupazione è in continua crescita, la criminalità all’ordine del giorno e la possibilità per un bambino di venire ammazzato è 20 volte più alta rispetto ai suoi coetanei più ricchi. Autore di un lavoro sul crack finanziario della Enron (Enron – L’economia della truffa) e vincitore nel 2008 dell’Oscar per il miglior documentario (con Taxi to the Dark Side, sulle torture ai prigionieri durante l’amministrazione Bush), Alex Gibney torna a guardare alle falle del potere americano, concentrandosi questa volta sui rapporti tra politica ed economia. Tutto ruota attorno ad uno dei più lussuosi edifici del mondo, il 740 di Park Avenue, residenza di alcuni tra gli uomini più potenti degli States: David Coch, Stephen A. Schwarzman, John Thain. Businessmen che Gibney ritrae come cinici e spietati, multimilionari con un solo obiettivo: diventare ancora più ricchi. I tre rappresentano la più potente lobby degli Stati Uniti. Quell’1% dell’1% della popolazione che, possedendo la maggior parte della ricchezza del paese, sarebbe in grado di influenzare l’agenda della politica americana. Così, se la domanda che Gibney si pone è: “cosa ci fanno con tutti quei soldi”, la risposta a cui perviene è: ‘acquistano l’appoggio del potere politico’. Non sarebbe un caso, dunque, se i multimilionari investono milioni di euro nelle campagne elettorali; e se Mitt Romney, candidato repubblicano alle scorse elezioni presidenziali, abbia scelto come suo vice Paul Ryan, sostenitore di un programma fiscale (The Path for Prosperity) volto a privatizzare anche i servizi più essenziali.
Attraverso statistiche, interviste e immagini di repertorio, Gibney scopre che se qualche decennio fa i vertici di un’azienda guadagnavano 20 volte più di un loro dipendente, oggi guadagnano 231 volte di più. Il divario è cresciuto in modo esponenziale, gravando su una ‘classe media’ ormai pressoché inesistente. Le tesi del documentario sono supportate da un montaggio attento, da inquadrature precise ed eleganti. Lo svolgimento – scomponibile in quattro o cinque parti – è coinvolgente e rigoroso. Il sottotitolo della versione originale, Power, Money & the American Dream, è certamente esplicativo: un tempo, al tempo del sogno americano, tutti potevano farcela. Era sufficiente mettersi in gioco. Oggi giocare non basta più, perché, complice l’intreccio tra potere e denaro, regole e condizioni di partenza non sono più uguali per tutti.
Dati alla mano, l’incisivo j’accuse di Gibney prende di mira tanto i Repubblicani quanto i Democratici. Nessuno, a Washington, sembra privo di responsabilità. Per vincere bisogna trovare fondi. Per trovare fondi è necessario scendere a patti. Per scendere a patti si finisce inevitabilmente col curare gli interessi delle lobby. Nel frattempo, mentre il meccanismo si radica e si irrobustisce, l’Harlem River, quel fiume che divide Manhattan dal Bronx, sembra diventare sempre più largo, più profondo, quasi inattraversabile…

Film decisamente intenso in cui si è affrontato anche il tema libertatario-capitalista dei Tea Party, noto anche come come corrente oggettivista, la cui fondatrice è Ayn Rand, che vale la pena di conoscere, vedi per un approfondimento http://it.wikipedia.org/wiki/Ayn_Rand, e del suo mo-o-olto discusso libro Atlas Shrugged, (un bel tomo di quasi 1.200 pagine), che potete trovare in Italia edito in tre volumi dal Corbaccio, per chi si volesse cimentare, Il Tema, L’uomo che apparteneva alla terra e L’Atlantide. Il libro esplora un numero di temi filosofici che la Rand aveva sviluppato nella sua teoria dell’oggettivismo, con forti critiche al collettivismo ed alla società socialista, raccontando cosa possa succedere al mondo una volta che quelli che l’autrice definiva prime movers, ovvero i primi motori della società, le persone in grado di creare ricchezza e progresso, stanche di essere schiave della collettività e di essere usurpate del pieno controllo delle loro qualità, decidono di ribellarsi. E da cui, o meglio dalla 1° parte è stato tratto anche un film diventato culto per i Tea e una certa ala liberale americana. Potete andarlo a cercare anche se in Italia è del tutto passato inosservato come pure sono poco conosciuti i libri della Rand – Atlas Shrugged: Part I di Paul Johansson, per maggiori informazioni sul film http://en.wikipedia.org/wiki/Atlas_Shrugged:_Part_I (la pagina è solo in inglese).

Park Avenue, per chi fosse interessato, potete trovarlo tramite il sito whypoverty,  http://www.whypoverty.net/ potete anche andare per saperne di più su http://www.raistoria.rai.it/categorie/why-poverty/474/1/default.aspx

altro tema tre-mendamente attuale della serata, dopo ultra-ricchi, turbocapitalisti, oggettivisti, lobbysti … è stato quello del TTIP di cui poco si sa (perchè a quanto pare la riserva è d’obbligo per non compromettere i temi del trattato commerciale EU-USA), non lo conoscete? Provate a leggere qui, ci terremo in contatto e anche noi della Redazione affronteremo ancora la cosa, buona lettura: http://stop-ttip-italia.net/

 

Scintille di decrescita

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[bella recensione di LUCILIO SANTONI visto su artedecrescita.it – La Redazione]  «L’indiano, come l’inglese, il francese, il tedesco, il russo, non ha bisogno di Costituzioni, di rivoluzioni, conferenze, congressi, di nuovi ingegnosi congegni per la navigazione sottomarina o aerea, di esplosivi potenti, o degli aggeggi d’ogni sorta per il piacere delle classi ricche e governanti; e neppure di nuove scuole e università che propinino istruzione in scienze innumerevoli, né dell’aumento del numero dei giornali e dei libri, dei grammofoni e dei cinematografi, e neppure delle sciocchezze infantili e in gran parte corrotte che vanno sotto il nome di arti. Una sola cosa è  necessaria: la conoscenza di quella semplice e chiara verità… secondo la quale la legge della vita umana è la legge dell’amore, e che essa dà sia al singolo individuo sia all’umanità tutta intera la più grande felicità possibile» (da Lettera a un Indù, Lev Tolstoj).

Mi sembra che queste parole del grande scrittore russo possano ben introdurre la lettura del libro “Dall’economia all’eutéleia. Scintille di decrescita e d’anarchia” di Alessandro Pertosa (Edizioni per la Decrescita Felice, 2014). Se 2500 anni fa in Grecia nacque quella forma di aggregazione sociale che va sotto il nome di economia; se quella nascita contiene già in sé il vulnus della sopraffazione e del dominio dell’uomo sull’uomo; pertanto, se quella modalità di convivenza, che oggi appare in tutta la sua mefitica virulenza, è irriformabile, proprio in quanto contenente quel vulnus originario e proprio in quanto due millenni e mezzo di Storia non sono riusciti a migliorare; se tutto questo è vero, e Alessandro Pertosa ne dà puntuale dimostrazione attraverso una logica filosofica rigorosissima, se l’economia non può essere migliorata in modo tale che conduca a qualcosa di buono, allora non possiamo che pensare altro, radicalmente altro, non possiamo che progettare un’uscita senza se e senza ma da quell’invenzione greca che ha sulla coscienza orrore e nequizia a non finire.

I più vorranno obiettare che se l’umanità, da così tanto tempo a questa parte, si è data un certo modo di vivere è perché lo ha trovato confacente con la propria natura. In tale ottica, vani sarebbero gli sforzi fatti in opposizione, che risulterebbero meramente utopici nel senso comune e deteriore del termine, cioè senza possibilità di fare presa sulla realtà. Ma è proprio in risposta a tale comoda obiezione che sta la forza della proposta filosofica ed esistenziale di Pertosa. Ho definito quell’obiezione comoda poiché basata su un realismo spicciolo, che guarda il dito invece di guardare la luna da esso indicata; obiezione per altro carica di un egoismo tale da rivelarsi autodistruttivo (oggi tocchiamo con mano l’impossibilità di continuare su questa strada che sta avvelenando l’intero pianeta e che già solo per questo produce cadaveri in quantità). I più, come li ho chiamati, hanno sempre qualcosa da obiettare a chi propone slanci di pensiero e di umanità. I più, indottrinati e poi legittimati dalle varie forme di potere costituito, si pongono sempre a garanti della schiavitù in tutte le sue forme. I più, in definitiva e per tornare alle parole di Tolstoj, invocano tutte le leggi possibili con la speranza di trarne vantaggio personale, le invocano tutte tranne quella dell’amore, per la quale non sono minimamente preparati e dalla quale non possono lucrare vantaggi economici.

Forte è, dicevo, la risposta di Pertosa. Forte la sua proposta, potente nella sua debolezza e semplicità. Essa consiste in un diverso modo di concepire la vita, in un modo distinto da quello maggioritario in voga oggi come ieri. Un modo che non si esprime in slogan salvifici né in catechismi, né in manifesti politici, ma è fiducioso del ritmo naturale delle cose, eterno e talvolta imperscrutabile, in ogni caso autentico e rispettoso di qualsiasi essere vivente, comprese le più piccole creature, compresi i fiori e le lucciole, i fili d’erba soffiati dal vento, con la consapevolezza che le innovazioni sono sempre illusorie, ancorché repentine, violente e totalitarie. L’Autore analizza a fondo il dominio della tecnica, che oggi appare il vero mostro onnipotente partorito dall’economia e sviluppato da quella che ne è l’ultima propaggine, il capitalismo.

Si tratta di una proposta forte, ripeto, proprio perché minoritaria. Un lievito, un concentrato di utopia, un anelito di spiritualità. “Chi ha orecchie per intendere, intenda” ama ripetere Pertosa. Così come l’anarchico Cristo si rivolgeva a pochi, anche Pertosa sceglie la via dei pochi che sappiano leggere e riflettere, farsi domande, mettere in discussione i fondamenti del proprio sapere fino a cambiare la propria vita.

La logica del potere tende a inglobare tutti, compresi gli intellettuali. Pletore di guru, di opinion makers, di baroni universitari, di giornalisti scrittori, saturano il mondo culturale di ricercatissime sfumature, di raffinatissime analisi, senza uscire di un millimetro da quella logica che li avvolge. Rarissimi sono, invece, coloro che, come Alessandro Pertosa, costruiscono percorsi di diversità, criticano radicalmente l’esistente e ne danno testimonianza con la propria vita, denunciano le logiche di chi comanda palesemente e, ancora di più, di chi muove le leve in modo occulto: tutti costoro aprono prospettive concrete ancorché utopiche, mostrando con chiarezza che solo l’utopia è concreta e legata alla terra, mentre tutto il resto è illusione. Solo l’utopia concreta di chi ogni giorno pensa e vive di conseguenza, sopportando tutte le pressioni sociali possibili, costituisce la speranza, quella vera, quella legata al presente che pulsa, che fa andare a testa alta verso il futuro; solo quell’utopia può ancora far incontrare persone di buona volontà, che sanno collegarsi fra di loro, sanno aprirsi al mondo e contagiare gli altri. Sanno consolare; sanno contrastare il narcisismo e la menzogna. Sanno assistere chi non ha voce, chi non può difendersi, chi non riesce proprio ad accettare una vita servile e magari urla, e si contorce, oppure sceglie l’ozio come stile di vita. Sanno, infine, dare fiducia a chi non si cura del proprio ombelico ma tenta la strada della felicità insieme agli altri.

Il valore dell’eutéleia, della frugalità conviviale, ognuno potrà scoprirlo nella propria vita, seguendo la propria coscienza. Non esistono strade tracciate. Esiste una direzione possibile, fatta di poche cose, quelle poche che sono davvero importanti: possono bastare, perché l’anarchia, che vive di scintille, sa illuminarle di significato.